Da
una stanza buia si aprono, come cornici sforbicate dal sole, le
finestre che schiudono all'osservatore i tre fondamentali ingredienti
della luce: il blu del mare, l'azzurro chiaro del cielo e il bianco
splendente dell'infinto, che sconfina nella luce divina. L'abbiamo
sempre sognata in un momento dei nostri sonni questa divina gerarchia
cromatica, quale momento estatico privo di equilibrio, immerso
in un bagno di luce: bagno finale che la moderna scienza da tempo
attribuisce al momento in cui lasciamo per sempre questa terra.
E si perche la protagonista assoluta delle vedute di Brian Grima,
o meglio delle aperture, su ricordate, e sempre quella luce, fortemente
individuata, testimonianza del locus, nella mirabile concighlia
rocciosa dell'isola che resta il baricentro del mito mediterraneo.
Luce offuscata, eterea, soffusa e abbagliante: mezzo unico per
modellare i volumi delle forme, delle figure e degli oggetti che
poggiano o incedono sulla superficie con quella stessa sicurezza
dell'autore sul piancito del palcoscenico, oppure su una rotta
sospesa nell'aere, ancorate a terra solo dalla virtualita delle
proprie ombre.
Volumi delineati da precisi contorni tagliati implacabilmente
dalla luce e dall'ombra, come e implacabile e netta la luce del
sole che ruota attorno all isole. E a proposito di ombra si proietta
su cornici e foglietti piegati e riaperti come un messaggio segreto:
estremo jeu tra finzione, virtuosismo e realta, da Giovanni Bellini
( e qui apriamo agli omaggi di Grima a Venezia !) all'iscrizione
sulla croce del Cristo di St Jean de la Croix di Salvador Dali.
Un'ombra che diviene il buio infinito, che e l'altra estremita
della luce, su cui staglier e profili netti della Natura Morta
e l'opaco foglio su cui lievitanio morbidi e ancora umorali i
Frantumi di un guscio che non e ancora liberato della sua membrana
osmotica.
Cielo e mare, ma anche terra e monti lontani a far da confine
a valli di sabbia e di terra: un clima torrido se non fosse che
per quegli azzurri del cielo, macchiati dalla tenera speranza
di benefiche nuvole bianche, in quella regione dello spazio che
tende al blu cobalto, prima che arrivi al lapizlazzulo vespertino.
Fondali eterni, quasi scenari di brandelli di storia che attraversano
la vicenda dell'uomo: dall'indugio dei relitti del tempio arcaico,
al netto profilo dei bastioni, fino al gioello della cittadella
maltese, che sempre ondeggia in un mutante e oscillante sogno
veneziano, tra le nette silhouettes di cupole e campanili.
Dov'e la materia organica, dov'e l'uomo in questo scenario litico
tra pietra, marmo, sabbia o bronzo, sospeso sull'acqua? Le figurine
umane piu che abitare, paiano pedine poste su una scachiera i
cui percorsi sono rimasti concellati dal tempo, pur seguendo un
tracciato forse codificato da regole segrete. Non sembrano essere
umani, piuttosto marionette senza fili, o meglio di porcellana
del Settecento: quasi un microscopico e assoluto contraltare,
a commento della imponente violenza materica della Processione
di Bellezze Maltesi.
Non compaino piante ne fiori, mentre lo scoglio - che altro non
e se non la roccia che media il passaggio nell'acqua - assume
i contorni di masse carnose, che vogliono ugualmente rimanere
rocce morbide su cui appoggiare modellando, una Intrusione. Come
il recinto di una Cittadella che potrebbe essere a sua volta un'insula
dello spirito: dalla luminosa saggezza di quella veneziana, al
vivace giuoco dei volumi di quella stessa di Gozo. Ma ci sono
isole che spuntano dal mare e dal mare di senzazioni emotive:
come quella umorale della nostra mater, quella privata ed esclusiva
che ci appartiene, immensamente grande come l'universo luminoso.
Cittadella pietrosa versus l'isola della laguna: un sogno immerso
nella bruma attende ad avvolgere la sobrieta dell'isola di San
Giorgio Maggiore: proprio come un Dali Versus Canaletto.
Prof.
Francesco Quinterio
Università d'Ascoli Piceno