Rappresentativo, spettacolare, esaltante,
'teatrale'. Quante espressioni si affollano nella mente dell'osservatore,
stimolata dalle immagini eloquenti di quegli artisti, che della
rappresentazione dilatata negli spazi fisici e temporali, ne fanno
una sorta di appendice dell'evento teatrale. E sono tanti i teatri:
infiniti palcoscenici di sensazioni, dalle più lente e
meditate, a quelle più disarticolate. Dai teatri di personae,
a quelli degli oggetti, dai palcoscenici cosidetti della memoria,
a quelli dell' azione. Dal teatro dell'infinitamente piccolo a
quello smisurato, spaziale e incommensurabile.
C' è poi il teatro della
rappresentazione personale, mediato dal filtro ottico dell'artista;
non pura imitazione bensì - per scomodare un brillante
vocabolo coniato in questo millennio - vero 'capriccio', che è
figlio legittimo dell'artista della Maniera del Cinquecento, o
dei virtuosi del quadraturismo e poi dell'invenzione prospettica
dilatata del Settencento. Insomma come avrebbe poi affermato un
attento interprete dell'estetica cinquecentesca una "cosa immaginaria
e che ha l'essere solamente nella fantasia dell'huomo imitante"
(Gregorio Comanini, Il Figino overo del fine della pittura, Mantova
1591).
E proprio di capriccio potremo parlare
nei lontani meandri ispirativi di Brian Grima; quello stesso vocabolo
che tradendo una corrispondenza biunivoca con l'analogo termine
adottato in musica, parrebbe significare bizzarria, astrusità,
rivolta, ironia caricata d'orpello. Ma qui i capricci non indugiono
certo a quello bozzettistico di un Callot o dei Bamboccianti,
che già peraltro Caravaggio aveva senza mezzi termini liquidato
come "bagatelle, fanciullaggini e trastulli".
Dacchè capriccio è
anche sinonimo di invenzione, nella fissità solare illuminata
- e sappiamo come la luce sia "la divinita più amata del
Settecento" (Crispolti) - dei lavori di Grima, ecco che ci soccorrono
le più audaci articolazioni barocche prospettiche dei vari
quadraturisti, del Mitelli, del Mengozzi-Colonna (lo 'scenografo
del Tiepolo), del Guardi, del più riposato Panini o della
dinastia regale dei massimi Bibbiena. Non è un caso poi,
se si esclude quest'ultima famiglia regale, che molti degli artisti
qui evocati, sono di nascita o di formazione veneta; guinti quindi
da quella stessa Serenissima che è stata dolce musa ispiratrice
di Grima, come ha dimostrato in altre sue opere.
Malta, quest'isola bella che galleggia
nel centro del Meditarraneo, come una boa che regge l'ago magnetico
destinato a orientare il traffico di una memoria, che è
poi tutta la storia dell'Europa moderna e di quella del mondo
antico. Rotonde galleggianti forme su cui si rappresentano i fatti
di una storia che retrocede, con la difesa sensazione azzurrina
del mare, nel campo del mito. Veneri preistoriche, ninfe omeriche
e ricchi mercanti di stoffe fenici, che non ci hanno lasciato
a loro memoria nè templi nè città, ma solo
la leggenda delle loro ricchezze e del loro inesausto viaggiare.
Santi legislatori e nobili cavalieri, artisti inquieti e protettori
imperiali. Sul palcoscenico piano di questa piccola isola e dell
sue vicine, si sono alternati i testimoni, le cui ombre talvolta
incedono isolate o aeriali solenni, stagliate contro i cieli azzurri
di Grima, dove tra le quinte i fondali rappresentano le sensazioni
figurate, illuminate da un sole a sua volta riverberato dalle
rocce spugnose, detriti organici di questa ampia isola-muscolo.
Quanti autori di teatri barocchi
fatti di prospettiva, di "invenzioni", di restituzioni fantastiche
e orgoliosamente proterve, hanno fatto da penati alle immagini
qui esposte. Immagini come invenzioni, come ricostruzioni da proporre
talvolta quale pesante intrusione di un proprio io, all'interno
di fondali intoccabili, come avrebbe fatto Carlo Fontana nei suoi
vari 'Teatri" dal Discorso su Montecitorio in Campo Marzio al
Templum Vaticanun (1674). Invenzioni ragionate come quelle del
grande siciliano Don Filippo Juvarra, che impiega tutti i mezzi
a disposizione del grande disegnatore progettista, architetto
"di tutto" e urbanista: carboncino, penna (sia col pennino largo
che con quello stretto), pennelli minuti e fitti usati tanto per
il disegno che per l'aqcuarello. Anche Juvarra giovanissimo a
Messina aveva iniziato come incisore illustratore (1701), per
poi passare a incidere dettagliate tavole per stemmi e blasoni
nei suoi primi lavori romani (1711). E anche Juvarra riproduce
monumenti esistenti e ricostruzioni (Il Campidoglio Romano e la
Messina Preistorica).
Invenzioni-dilatazioni oniriche
sfondate in tutte le direzioni dello spazio come fanno i Bibbiena,
vedute d'angolo o dal sotto in sù. Invenzioni sublimate
come fa Piranesi, involontariamente maltese onorario, nato a Venezia
pure lui - con i suoi teatri di luci e di ombre cupamente proiettate
attraverso gli scuri delle sue acqueforti; visionario, ipertrofico,
dilatato e architetto di un solo edificio a Roma commissionato
- fatalità - proprio dai Cavallieri Gerosolomitani (1764).
Se Piranesi maestro di Capricci non giungerà mai a Malta,
dove avrebbe potuto incidere un suo Theatrum Melitense, che poteva
ben figurare tra quelli di Paestum e quelli delle Antichità
Romane, fa parte dei destini della storia. Per contro Grima, che
dopo la sua terra ama anche Venezia, riversi le reliquie lagunari
nei suoi sogni picti e nelle incisioni, arroventandole sulle coste
e nelle contrade sassose maltesi.
Teatro come presenza-assenza là
dove le scene come quinte derubate dal loro alter ego animato,
dell'attore recitante, momentaneamente in un intermezzo a sipario
aperto, attaccano gli accordi per sè stesso: l'eterna stratificata
partitura sospesa tra i modi maggiori e minori del cielo luminoso
e delle ombre misteriose. Non è un caso che, per concludere,
ci sia un concetto di capriccio che della forma figurata prende
a prestito le forme musicali; è ancora un veneziano che
parla: "....fughe, passazi, bizarie, tocade, ricercari, fantasie",
sarebbero tutti elementi tipici della pittura veneziana (Marco
Boschini, Carta del Navegar Pitoresco, Venezia 1660). Che lo spettacolo
inizi dunque !
Prof.
Francesco Quinterio
Università d'Ascoli Piceno